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  • Comunicazione

    1 ott 2026

    Una donna nel consiglio non basta: quando la parità di genere dipende da chi possiede l’azienda

    "DiversE”, la rubrica sulla parità di genere, diversità, equità ed inclusione nell’innovazione

Ilaria Farnè

Ilaria Farnè

Secondo l’Eurostat, nel 2021, le retribuzioni orarie lorde delle donne erano in media inferiori del 12,7% a quelle degli uomini nell’Unione Europea. Il dato aggregato varia però sensibilmente tra i diversi settori: l’ICT registra uno dei divari più alti in assoluto, attorno al 20%, figurandosi come uno dei settori in cui le donne sono meno presenti e peggio pagate.

Uno studio di Valeria Naciti, Alessandra Patti e Valeria Schifilliti, pubblicato sulla rivista Piccola Impresa/Small Business, ha analizzato 1.050 osservazioni relative a 75 Piccole e Medie Imprese (PMI) quotate del settore ICT in quattordici paesi europei, tra il 2010 e il 2023 con l’obiettivo di capire se la presenza femminile ai vertici riduca il divario retributivo di genere e a quali condizioni.

Il primo risultato va nella direzione ipotizzata dalle autrici: dove almeno una donna siede in posizione di leadership nel consiglio di amministrazione, il divario retributivo si riduce. Il dato è statisticamente solido e regge anche ai controlli più rigidi.

Guardando alla proprietà dell’impresa, però, l’effetto cambia a seconda del contesto. Nelle PMI a partecipazione pubblica, la presenza di donne al vertice produce un effetto amplificato: il divario si riduce in modo più marcato che altrove. Le autrici lo spiegano con il controllo istituzionale, la standardizzazione delle griglie retributive, l’obbligo di rendere conto a investitori istituzionali e l’opinione pubblica. Nelle imprese familiari accade l’opposto: la maggiore presenza femminile nei consigli di amministrazione è spesso associata a un aumento del divario salariale. 

La spiegazione va cercata nel modo in cui funziona il potere nelle aziende a conduzione familiare, dove ricoprire un ruolo formale non sempre significa avere un reale potere decisionale. Una donna può sedere in consiglio perché è figlia, moglie, sorella, senza che questo modifichi chi realmente decide le retribuzioni e su quali criteri. La presenza femminile nel consiglio, quindi, non garantisce automaticamente  un maggiore coinvolgimento nelle decisioni sulle retribuzioni. Al contrario, può paradossalmente fungere da alibi: l’azienda ha le donne al vertice, spuntando una casella, ma il resto rimane così com’è. Le autrici parlano di norme patriarcali persistenti e strutturate di potere informali che sopravvivono sotto le riforme di superficie.

Un altro risultato riguarda invece il funzionamento dei consigli di amministrazione. Le imprese con consigli più indipendenti e numerosi mostrano divari salariali sistematicamente più bassi, a prescindere dal genere di chi li compone: un organo autonomo che discute realmente e al di fuori dall’ambito familiare tende a produrre decisioni più eque. Le imprese familiari, per loro natura, faticano proprio su questo aspetto.

Altri due elementi dello studio meritano attenzione. Il primo è che l’indipendenza del consiglio di amministrazione e un alto punteggio ESG* risultano associati a divari più contenuti. Il secondo è che gli indicatori di performance finanziaria non spiegano il divario retributivo di genere: le aziende con margini bassi non pagano peggio le donne per ragioni di bilancio. La variabile che conta è la governance, non la redditività. 

La conclusione delle autrici è che le politiche per la parità non possono essere uguali da un contesto all’altro: quello che funziona in una PMI a controllo pubblico, rischia di essere inefficace in un’azienda familiare, dove il problema non è la composizione formale degli organi ma il modo in cui vengono realmente prese le decisioni. In questi contesti servono strumenti diversi: formalizzazione dei criteri retributivi, fasce salariali dichiarate, processi di avanzamento verificabili e audit periodici.

Ciò che emerge dallo studio è che la presenza, da sola, non produce potere. Contare le donne nei consigli d’amministrazione è utile e misurabile. Ma accanto al numero occorre guardare a chi decide realmente, chi ha voce in capitolo, chi conta davvero. È un passaggio importante per le politiche sulla parità. Aumentare il numero di donne nei luoghi decisionali è un passo avanti, ma non significa automaticamente cambiare il modo in cui vengono decise carriere e retribuzioni. La domanda, quindi, non è solo quante donne siedano nei consigli di amministrazione, ma quanto riescano realmente a prendere le decisioni.

 

*L'ESG (Environmental, Social and Governance) è un insieme di criteri utilizzati per valutare le performance di un’impresa in ambito ambientale, sociale e di governance. Tra gli aspetti considerati rientrano, ad esempio, l’impatto ambientale, le condizioni di lavoro, la diversità e inclusione e le modalità di gestione e controllo dell’impresa.

 

Rubriche DiversE è a cura di ART-ER - Claudia Ferrigno (coordinamento e proposta contenuti); Ilaria Farné (ricerca e redazione). Ideazione, grafica e contributi iniziali: Giusy Scaringi.