Ilaria Farnè
Ogni giorno attraversiamo strade e piazze intitolate a figure storiche, scienziati, artisti, militari, religiosi. Ma quante di queste targhe ricordano una donna? La risposta arriva da una ricerca dell'European Data Journalism Network (EDJNet): nelle città europee, solo il 9% delle strade dedicate a persone porta il nome di una donna. È uomo anche il 93% di tutte le persone a cui è dedicata una strada nei 21 capoluoghi delle regioni e province autonome in Italia (fonte: OBC Transeuropa-Sheldon.studio)
Lo spazio urbano, infatti, racconta molto più di quanto immaginiamo: riflette valori, scelte politiche e narrazioni condivise. E in questo racconto collettivo, le donne restano quasi sempre sullo sfondo. Lo dimostra “Mapping Diversity”, il progetto open data realizzato da EDJNet, che ha analizzato oltre 146.000 strade in 30 grandi città europee. Il risultato? Una mappa dell’Europa che parla prevalentemente al maschile. Città considerate più avanzate in termini di parità e inclusione mostrano risultati modesti. Stoccolma, la migliore del campione, arriva appena al 19,5% di vie intitolate a donne. La seguono Parigi e Berlino, ma comunque con percentuali ancora molto basse. In fondo alla classifica troviamo Atene, Praga, Roma e Madrid, dove le donne sono quasi del tutto assenti dal paesaggio simbolico urbano, con meno del 5% di intitolazioni.
Il tema va oltre la statistica. Intitolare una strada non è solo un atto formale: è un gesto simbolico potente, che contribuisce a costruire la memoria pubblica di una comunità. Scegliere chi ricordare nello spazio urbano significa attribuire riconoscimento, trasmettere modelli culturali, definire quali storie entrano nel racconto collettivo. E quando le donne compaiono poco – o soprattutto in ruoli stereotipati, legati alla religione o alla dimensione familiare – emergono squilibri che parlano anche del presente.
Un recente studio condotto da Lavoce.info mostra una relazione significativa e robusta tra toponomastica e percezioni di genere: in media, un aumento di un punto percentuale nella quota di strade intitolate a figure femminili è associato a un incremento dell’1,4–1,7 per cento nella probabilità che un giovane dichiari di non ritenere gli uomini migliori leader politici delle donne.
E la questione si allarga ulteriormente. Il tema non riguarda solo il genere, e il dualismo uomo-donna, ma, più in generale, le persone escluse dalla memoria pubblica e l’invisibilità che ne deriva: le persone queer, le minoranze e i protagonisti delle lotte per i diritti restano quasi assenti dalla geografia simbolica delle città.
Rendere visibili tutte le persone significa contrastare stereotipi, ampliare i modelli di riferimento e contribuire a una rappresentazione più equa e plurale dello spazio urbano e della società.
In Emilia-Romagna, il tema della toponomastica sta emergendo come terreno di riflessione politica e culturale. Si segnalano di seguito alcuni esempi di buone pratiche che possono essere replicate (consultabili, insieme a molte altre, anche all’interno dello strumento interattivo GendER Map).
A Bologna, il Comune in collaborazione con le associazioni Period Think Tank e Sex & the City ha realizzato l’Atlante di genere di Bologna per una città femminista. Lo strumento propone una lettura della città attraverso una prospettiva femminista e intersezionale, interrogando il modo in cui lo spazio pubblico viene progettato, attraversato e rappresentato. Lo stesso vale per il Comune di Ferrara che ha realizzato l’Atlante di genere con il supporto della Regione Emilia-Romagna e, come per Bologna, basandosi sull’esperienza di Milano.
Nel Comune di Castenaso, il tema è entrato nel dibattito istituzionale come parte di un lavoro sulla memoria e sulla rappresentazione. Con il progetto di “Verso il Crowdmapping femminile: la mappa digitale per leggere Castenaso in ottica di genere”, realizzato in collaborazione con il Collettivo Verso, cittadine e cittadini, scuole, associazioni e istituzioni hanno contribuito alla costruzione di una mappa digitale interattiva che raccoglie luoghi simbolici, percezioni di sicurezza, servizi, proposte e spazi significativi letti attraverso una prospettiva di genere.
Grazie all’esperienza maturata e nell’ambito della Comunità Tematica Digital Gender Gap, la Regione Emilia-Romagna, in collaborazione col Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino e Lepida Spa, ha realizzato una piattaforma civica per la mappatura collettiva e partecipata degli spazi urbani attraverso le esperienze dirette della cittadinanza e la raccolta di dati georeferenziati di molteplice natura. La piattaforma digitale, liberamente consultabile e a disposizione di tutti gli enti locali della regione, permette di censire non solo toponimi femminili e queer, ma anche servizi socio-assistenziali e culturali, come centri antiviolenza, centri diurni per anziani e disabili, nidi d'infanzia, biblioteche.
La prima applicazione concreta dello strumento è quella del Comune di Valsamoggia, da anni dedito a riequilibrare gli spazi urbani in ottica inclusiva e intersezionale. Con un progetto dedicato alla toponomastica di genere, la municipalità ha reso esplicita la volontà di usare le intitolazioni come strumento per valorizzare figure storicamente marginalizzate, proponendo una rilettura dello spazio pubblico che include donne e membri della comunità LGBTQIA+.
Questi interventi, che si uniscono ad altre iniziative presenti in Italia ed in Europa, rappresentano segnali importanti, ma restano ancora eccezioni dentro una geografia urbana che continua a parlare prevalentemente del genere maschile.
Rubriche DiversE è a cura di ART-ER - Claudia Ferrigno (coordinamento e proposta contenuti); Ilaria Farné (ricerca e redazione). Ideazione, grafica e contributi iniziali: Giusy Scaringi.
