Ilaria Farnè
Per anni la parità di genere è stata affrontata esclusivamente come una questione sociale, culturale o di diritti. Oggi i dati confermano l’impatto economico del gender gap. La “non parità” diventa un costo sostanziale e un freno per la crescita economica nazionale.
È questo il risultato dell’analisi della Fondazione Nord Est (Nota 5/2025) sul rapporto tra parità di genere ed economia. Lo studio stima l’impatto che avrebbe la piena uguaglianza nel mercato del lavoro in termini di occupazione, ore lavorate e retribuzioni ed il risultato è netto: il Nord Italia perde ogni anno 177 miliardi di euro di PIL discriminando le donne nel lavoro. Il dato colpisce soprattutto per un motivo: non riguarda un'economia marginale o poco sviluppata. Le perdite maggiori si concentrano proprio nelle regioni che trainano la crescita nazionale, nei territori più forti dal punto di vista industriale e occupazionale. La Lombardia guiderebbe la classifica con un incremento potenziale di 73,7 miliardi di euro di PIL in caso di piena parità, seguita dal Veneto con 31,5 miliardi e dall’Emilia-Romagna con 24,8 miliardi. Anche Piemonte, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta registrerebbero aumenti significativi. Il caso dell'Emilia-Romagna è particolarmente interessante. Pur essendo una delle regioni con il più alto tasso di occupazione femminile in Italia, il divario resta significativo (13%), dimostrando come la crescita economica, da sola, non sia sufficiente a eliminare gli squilibri di genere.
Il report evidenzia il divario occupazionale quale principale fattore di perdita economica: troppe donne restano fuori dal mercato del lavoro oppure vi partecipano in maniera discontinua e precaria. A questo si aggiunge l’incidenza del part-time femminile, spesso involontario o generato dalle prevalenti responsabilità di cura. Seppur con incidenza minore secondo i risultati dell’analisi, un altro nodo strutturale è il gap salariale. Come dimostrano i dati della Fondazione, anche nelle regioni economicamente più dinamiche, le donne percepiscono retribuzioni inferiori rispetto agli uomini e hanno minore accesso alle posizioni apicali e ai premi di produttività. Il gender gap, perciò, oltre all’ingresso nel mercato del lavoro è presente nella qualità dell’occupazione, nelle possibilità di carriera e nella stabilità economica nel lungo periodo.
Un mercato del lavoro che esclude o penalizza una parte consistente della popolazione produce meno innovazione, meno crescita e minore competitività. L’analisi della Fondazione Nord Est mostra chiaramente che la disparità di genere, oltre ad essere iniqua socialmente e inaccettabile culturalmente, rappresenta un costo economico concreto, misurabile e significativo.
Se i numeri della Fondazione Nord Est sono corretti, la domanda non è più se il Paese possa permettersi di investire nella parità di genere, ma quanto costi continuare a rinviare questo investimento.
Rubriche DiversE è a cura di ART-ER - Claudia Ferrigno (coordinamento e proposta contenuti); Ilaria Farné (ricerca e redazione). Ideazione, grafica e contributi iniziali: Giusy Scaring
