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  • Comunicazione

    23 feb 2026

    Glitch nel sistema: il femminismo che riscrive il digitale

    "DiversE”, la rubrica sulla parità di genere, diversità, equità ed inclusione nell’innovazione

Ilaria Farnè

Ilaria Farnè

Il digitale è scritto in una lingua e - come ogni lingua - decide chi includere e chi lasciare fuori.
Codici, dati, algoritmi sembrano strumenti neutri, oggettivi e precisi ma se li osserviamo da vicino ci accorgiamo che parlano con un accento ben riconoscibile: quello del potere.

Sotto la superficie asettica del linguaggio tecnologico si nascondono scelte, si decide chi viene visto e chi no. Chi viene rappresentato e chi resta fuori inquadratura. Il punto non è solo quali parole usiamo ma chi può usarle e chi può esistere, nei dataset, nelle previsioni, nei filtri.          La riflessione femminista sul linguaggio, del resto, non è una novità. Da decenni interroga il modo in cui nominiamo il mondo, mostrando come le parole che scegliamo e, parimenti, quelle che omettiamo plasmino la realtà ed il senso di appartenenza. Parlare, scrivere, classificare non sono mai atti neutri: sono scelte politiche che definiscono chi è visibile, chi può essere riconosciuto, chi resta ai margini del discorso collettivo.
Ma oggi, questa battaglia si è spostata su un altro fronte: quello degli algoritmi.
E lì le cose diventano ancora più sottili. Ogni algoritmo è un'opinione travestita da oggettività. Ogni dataset è una narrazione fatta da chi ha voce, potere, accesso. Se non sei inclusa è come se non esistessi. Se ci sei, ma in forma distorta, lo sei per sempre.
Non è un’eccezione: è la regola. Come ci ricorda Atlas of AI di Kate Crawford, i sistemi di riconoscimento facciale sbagliano più spesso con volti femminili e scuri. Non è un bug, si tratta di un effetto strutturale.

In risposta a tutto questo fenomeno nascono nuovi approcci. Come il Data Feminism (D’Ignazio & Klein), che ci invita a guardare i dati per quello che sono: prodotti culturali e non verità assolute. Oppure il Glitch Feminism di Legacy Russell che celebra l’errore come atto politico. Il glitch è il corto circuito, lo scarto che rompe la normalità. È il momento in cui l’algoritmo sbaglia e finalmente non sa dove collocarti. È lì che si apre lo spazio per nuove soggettività, per chi non vuole - o non può - rientrare nei parametri previsti.

Glitchare il sistema significa non adattarsi, non correggersi per rientrare nei bordi. Significa usare l’errore come fessura da cui far passare il possibile. Non rientro nei tuoi codici? Perfetto. Ci scrivo dentro i miei. Se il digitale è oggi uno degli spazi pubblici più estesi, più pervasivi, allora anche lì si gioca una battaglia di rappresentazione.
Non basta più “nominare le donne”. Serve scriverle nei modelli. Codificarle nei sistemi. Prevederle nei futuri. Non si tratta di decorare il software con un tocco inclusivo. Si tratta di ridefinire chi può esistere, contare, agire.
Il digitale può riprodurre le disuguaglianze o, al contrario, può diventare il luogo in cui iniziamo a disinnescarle. Tutto dipende da come - e da chi - scrive il codice e forse da quanto siamo disposti a lasciar entrare un po’ di glitch dove tutto sembra funzionare troppo bene.

Rubriche DiversE è a cura di ART-ER - Claudia Ferrigno (coordinamento e proposta contenuti); Ilaria Farné (ricerca e redazione). Ideazione, grafica e contributi iniziali: Giusy Scaringi.