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  • Comunicazione

    8 lug 2026

    Child penalty: lavoratrici “equilibriste”

    "DiversE”, la rubrica sulla parità di genere, diversità, equità ed inclusione nell’innovazione

Ilaria Farnè

Ilaria Farnè

In Italia, diventare madri è sempre più una scelta complessa, fatta di sacrifici personali e professionali. Significa trovare un equilibrio sempre più precario tra lavoro e carichi di cura familiari. È quanto emerge dal nuovo report “Le Equilibriste” di Save the Children, l’indagine che racconta le condizioni delle madri nel nostro Paese.

Il titolo scelto da Save the Children per i suoi report annuali non è casuale. Le equilibriste sono le madri che ogni giorno tengono insieme lavoro e cura e per le quali la scelta della genitorialità può significare perdere il lavoro o rinunciare a un avanzamento di carriera. A questo si aggiunge una dimensione meno visibile ma altrettanto rilevante, che il report chiama carico mentale: l’insieme di attività cognitive, organizzative ed emotive che garantiscono il funzionamento quotidiano della famiglia. Pensare, anticipare, ricordare, decidere, preoccuparsi restano quasi interamente a carico delle madri. È un lavoro che resta invisibile, ma che costa tempo ed energia, pesa sul benessere delle donne e finisce per condizionare, indirettamente, anche le loro scelte lavorative.

Questo squilibrio è definito “child penalty”, ovvero la penalizzazione economica e professionale che colpisce le donne che scelgono la maternità. Sul piano occupazionale, il divario di genere esiste già prima della genitorialità: 78,1% di occupazione tra gli uomini, 68,7% tra le donne, quasi 10 punti di differenza. È tuttavia con la genitorialità che il divario si allarga davvero: l’occupazione delle madri scende al 63%, mentre i padri guadagnano quasi 15 punti percentuali. La nascita del primo figlio segna, quindi, un vero e proprio spartiacque tra le traiettorie lavorative di donne e uomini: se la maternità compromette le prospettive professionali delle donne, la paternità, al contrario, migliora notevolmente quelle degli uomini. Sul piano retributivo, nel settore privato la penalizzazione delle neomadri è quasi del 30%, nel pubblico si ferma intorno al 14% (un divario che l’INPS attribuisce soprattutto alla maggiore stabilità contrattuale di chi lavora nella pubblica amministrazione). La geografia complica ulteriormente il quadro. Al Centro-Nord il tasso di occupazione delle madri con figli piccoli supera il 65%, nel Mezzogiorno scende sotto il 44%. Tra i padri resta ovunque sopra il 90%, indipendentemente da dove si vive. Anche il titolo di studio pesa molto, quasi quanto la zona di residenza: 26,4% di occupazione tra le madri con la sola licenza media, 83,3% tra le laureate, mentre per i padri la laurea incide a malapena

Barbara Petrongolo, economista dell’Università di Oxford, tra le principali studiose delle disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro, riconduce tutto questo a un insieme di fattori che si rinforzano a vicenda: servizi pubblici per l’infanzia ancora indietro rispetto alla media europea e una divisione del lavoro domestico che in Italia resta più sbilanciata che altrove. A questi elementi si aggiunge una dimensione culturale che influenza significativamente su comportamenti e aspettative, ossia la convinzione, ancora diffusa, che un bambino stia peggio se la madre lavora. Il risultato si vede nei numeri sulle uscite dal lavoro nei primi anni di vita dei figli: le dimissioni delle madri con bambini tra 0 e 3 anni sono passate da 4,8 ogni mille occupate nel 2022 a 6,8 nel 2024. Chi non lascia del tutto il lavoro, spesso lo riduce: il 32,6% delle donne 25-54enni con figli minori lavora a tempo parziale, spesso non per scelta (tra i padri nelle stesse condizioni, appena il 3,5%). Dimissioni e part-time sono due facce della stessa medaglia: l’uscita, parziale o totale, dal mercato del lavoro, a cui le madri ricorrono per mantenersi in equilibrio tra lavoro e famiglia, mentre per i padri resta una scelta facoltativa e quasi mai necessaria.

Ciò che emerge dal report è una fotografia complessa della condizione delle madri in Italia, segnata da bassi tassi di occupazione, salari inferiori, minori opportunità di carriera e da un carico di cura e organizzazione che continua a gravare in misura sproporzionata sulle donne. Per invertire questa tendenza, Save the Children suggerisce tre priorità: la promozione di una divisione più equa dei carichi di cura, la realizzazione di un sistema di welfare e politiche del lavoro meno frammentato e il miglioramento dei servizi per l’infanzia.

In fondo, come ricorda un antico proverbio africano, per crescere un bambino serve un intero villaggio. In Italia, a giudicare da questi numeri, il villaggio si è presentato solo in parte e il conto lo pagano ancora le madri.

 

Rubriche DiversE è a cura di ART-ER - Claudia Ferrigno (coordinamento e proposta contenuti); Ilaria Farné (ricerca e redazione). Ideazione, grafica e contributi iniziali: Giusy Scaringi.